
Il caso non esiste, e ciò che ci sembra casuale scaturisce dalle fonti più profonde.
(Friedrich Schiller)
C’è un legame visibile che lega il libro Babel e la visione racchiusa nell’Enciclica Magnifica Humanitas. In entrambi i testi svetta la Torre di Babele, assunta come simbolo universale di un sogno tracotante e ricorrente di potenza. Un’ambizione che genera ineluttabilmente una profonda limitazione della libertà, visibile nell’automazione sociale descritta dal Papa e nei meccanismi di controllo, prodotti dalle innovazioni descritte minuziosamente nel romanzo. Entrambi i testi denunciano inoltre il rischio supremo del nostro tempo: l’uso dell’intelligenza artificiale per sopprimere le diversità, piegando l’immaginario e le culture a un’omologazione algoritmica spietata e artificiale.
Ma non siamo condannati a essere ingranaggi di una nuova Babele: la tecnologia può e deve essere ricondotta al servizio dell’uomo, preservando la bellezza irripetibile della nostra diversità. Questo è il messaggio di speranza racchiuso nelle trasformazioni dei personaggi di Babel.
I lettori
È una narrazione che intreccia amicizia, ambizioni, sogni e progetti, ma anche invenzione, opportunità, travagli, ferite, ordine e bellezza. Una storia densa di conflitti, passaggi, metamorfosi, evoluzioni, insidie, scintille e apocalissi, che conduce a compimenti inattesi: non conclusioni definitive, ma aperture verso nuove porte e prospettive inedite.
Ho apprezzato la raffinata costruzione del romanzo, scritto con un linguaggio scorrevole e al tempo stesso ricco di perle di saggezza. È un’opera che coinvolge profondamente e invita a leggere i personaggi – e gli autori che li ispirano – in chiave sistemica. Un libro che sollecita un cambio di prospettiva, che spinge a immaginare un nuovo paradigma e che, come nel Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, invita a una meditazione capace di generare un’evoluzione interiore.
Molto scorrevole ed entusiasmante
In BABEL, con un incedere deciso e coinvolgente, l’autore affronta l’argomento mettendo in luce le potenzialità di questa nuova frontiera ma anche i rischi a cui andiamo incontro se non riuscissimo a controllarne gli effetti.
Partendo da una visione illuminata del proprio futuro e di quello di tutta l’umanità, i protagonisti, attraverso sentimenti come amicizia, amore, ambizione e ravvedimento, vengono costretti dall’autore a fare i conti con quello che hanno prodotto e le loro scelte sono un messaggio a tutti i lettori, invitandoci a non commettere gli errori che l’uomo è portato a perpetrare quando perde di vista la via maestra, quella del rispetto e della correttezza, lasciando spazio ad avidità e cupidigia.
Questa opera ci insegna che si può migliorare il passato senza necessariamente creare un futuro di cui dobbiamo avere paura…….
Due ingegneri, due menti brillanti, un sogno: costruire un’intelligenza artificiale che migliori il mondo. Il progetto nasce pulito, quasi romantico nella sua ambizione. Poi arrivano i finanziatori. E con i soldi arriva tutto il resto : le società, il mercato, la logica del profitto che non chiede dove si va, ma quanto si guadagna ad andarci. Una decina d’anni dopo, Babel è diventata una torre. Nel senso letterale e biblico del termine: una città futuristica, verticale, potente, dove si vendono pacchetti di IA sempre più sofisticati, sempre più invasivi, sempre più necessari. L’essere umano non è più utente: è contenuto. Condizionato, manipolato, ridotto a variabile dipendente di un sistema che ha imparato a conoscerlo meglio di quanto lui conosca se stesso. In questo vampirismo silenzioso dell’autonomia individuale, Babel evoca Cecità di Saramago: lì un’epidemia privava gli uomini della vista, qui un’altra epidemia (invisibile, volontaria, persino desiderata) li priva della volontà e della libertà . La cecità è diventata digitale. Il mito di Babele funziona ancora, e Conte lo sa. La torre biblica nasceva dall’hybris : l’uomo che voleva toccare Dio. Quella di Conte nasce dall’ingenuità: l’uomo che voleva solo fare qualcosa di buono, e ha lasciato che qualcun altro decidesse come usarlo. La punizione non è più la confusione delle lingue: è il contrario. Un linguaggio unico, universale, che parla per tutti e non lascia spazio a nessuno.
Giuseppe Conte è un sapiente narratore , e si vede. C’è una tensione costante tra il rigore della forma e la deriva distopica del contenuto, come se la bellezza della scrittura fosse l’ultima resistenza contro il mondo che descrive.
Babel è un libro che arriva in ritardo rispetto a quello che racconta o, forse, è arrivato esattamente in tempo. A voi la sentenza!





